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Note di sceneggiatura

Giancarlo De Cataldo - Monica Zapelli

Enzo Tortora ha lasciato un segno profondo nella storia recente del nostro Paese.

Aggredito da accuse fantasiose e inesistenti, sbattuto su tutte le prime pagine come camorrista e mercante di morte, precipitato nel girone infernale delle patrie galere, trovò dentro di sé, nei saldissimi legami familiari e affettivi, nell'apporto determinante del suo collegio di difesa, la forza per reagire, riuscendo a trasformare un'allucinante vicenda personale in un grido d'accusa capace di influenzare la coscienza di un'intera nazione.

Ciò che più ci ha colpito, mentre studiavamo quello che, da ormai trent'anni siamo abituati a definire - a volte sbrigativamente, a volte maliziosamente - “il caso Tortora”, è stata la determinazione, a tratti anche ossessiva, con la quale l'imputato Tortora combatté perché la sua innocenza fosse riconosciuta senza ombre e senza pregiudizi, rifiutando il ricorso a furberie ed espedienti, sfidando a viso aperto i suoi accusatori, un ambiente ostile, il gossip degli sciacalli che si avventavano con livore sul “personaggio” di fama caduto in disgrazia.

Per tutta la durata del suo tormento, in altri termini, Enzo Tortora pretese e ottenne, a volte contro la stessa opinione dei legali e dei familiari, di difendersi “nel” processo, e non di fuggire “dal” processo. Rifiutò orgogliosamente di chiedere la libertà provvisoria, perché l'innocenza e la coscienza pulita non possono mai essere provvisorie. Fu scarcerato e mandato agli arresti domiciliari non in virtù di una qualche clemenza esercitata in favore di un personaggio pubblico, ma perché il carcere aveva compromesso le sue condizioni di salute. Si candidò alle elezioni europee assicurando che, in caso di vittoria, avrebbe rinunciato all'immunità: e, caso alquanto raro nella vita nazionale, una volta trionfalmente eletto, mantenne la promessa, consegnandosi alla giustizia.

Ciò fece di lui un imputato scomodo, imbarazzante, se non apertamente antipatico: ma anche questa lezione dobbiamo a Enzo Tortora. Non è raro che l'innocenza risulti antipatica: perché problematica, inquietante, quando ha l'effetto di sgretolare teoremi nati dal nulla e gonfiati dal cattivo governo del senso comune.

Alla fine, Enzo Tortora ottenne giustizia. E la ottenne da giudici diversi da quelli che lo avevano inquisito, prima, e condannato, poi, in primo grado. La sentenza della Corte di Appello di Napoli che mandò assolto l'imputato Tortora, restituendogli la dignità di cittadino e persona per bene, è stato uno dei testi-guida del nostro lavoro, insieme alla puntuale e documentatissima biografia Applausi e sputi di Vittorio Pezzuto e allo struggente Fratello Segreto della sorella Anna.

A dimostrazione che un'altra giustizia, una giustizia veramente “giusta”, è possibile. Quella giustizia per la quale Enzo Tortora spese gli ultimi anni della vita, in una serie di battaglie forse non tutte pienamente condivisibili, ma sicuramente nobili, e affrontate con grande slancio e autentica passione civile.

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